Scheda articolo : 322658
Pier Francesco Cittadini, Giacobbe e la sua famiglia si recano in Egitto, XVII secolo
Epoca: Seicento
Misure H x L x P  

Pier Francesco Cittadini (Milano, 1616 – Bologna, 1681)

Giacobbe e la sua famiglia si recano in Egitto

Olio su tela, cm 109 x 190 (solo tela)

prezzo:trattativa riservata

oggetto corredato da certificato di autenticità ed expertise storico artistico (link a fondo pagina)

Il pregevole dipinto, realizzato ad olio su tela, raffigura Giacobbe e la sua famiglia si recano in Egitto e riteniamo possa essere, data l’alta qualità pittorica, opera autografa di Pier Francesco Cittadini (Milano, 1616 – Bologna, 1681) realizzata dopo al 1647. L’opera, in ottimo stato di conservazione è corredata da una cornice coeva in legno finemente intagliato e dorato.

La scena raffigurata, che fu in anni passati confusa con la Fuga in Egitto, va invece identificata con l’episodio biblico del viaggio di Giacobbe. In primo piano, leggendo il dipinto da sinistra verso destra, si osserva una carovana composta da animali, tra cui asini, dromedari, capre, cani e cavalli e persone, donne, uomini e schiavi, che carichi di merci proseguono il loro viaggio lungo gli argini di un fiume, seguendo un percorso che verso destra, sembrerebbe portare all’attraverso di un ponticello. Oltre al corso d’acqua è descritto un ambiente contraddistinto da grandi rocce e che impervie giungono lontane sino a coprire l’intera verticalità della tela. Sulla sinistra, in lontananza, scorgiamo la coda della carovana che percorre il sentiero scosceso. Grandi alberi vivacizzano e armonizzano l’ambiente, così come nuvole bianche e grigie caratterizzano il cielo prevalentemente sereno e illuminato sulla destra dalla luce solare.

La vicenda è raccontata nella Bibbia, Libro della Genesi, 30, 25, passo in cui è descritta la fuga di Giacobbe da Carran dopo i contrasti con Labano, padre di sua moglie Rachele.

Giacobbe è il terzo grande patriarca della Bibbia. Dalla sua discendenza hanno origine le dodici stirpi del popolo di Israele. È figlio di Isacco e di Rebecca, la quale lo spinse a fuggire, dall’ira di Esaù, a Carran per trovare rifugio da suo fratello, Labano. A casa dello zio Giacobbe incontrò la figlia Rachele. Appena vide la cugina, Giacobbe ne fu conquistato. Giacobbe si fermerà sette anni al servizio di Labano per avere in sposa l’amata Rachele. Ma Labano, con un inganno, gli darà in sposa prima Lia, la meno bella figlia maggiore, e solo dopo altri sette anni la splendida Rachele. Dalla prima moglie avrà diversi figli, mentre Rachele partorirà il figlio prediletto, Giuseppe, che diverrà vicerè d’Egitto.

Dopo anni di servizio, Giacobbe chiese di essere pagato con ogni capo di colore scuro tra le pecore e ogni capo chiazzato e punteggiato tra le capre. Labano accettò e fece allontanare dai suoi figli tutti i capi di quel genere. Così Giacobbe prese rami freschi di pioppo, di mandorlo e di platano, li scortecciò e li mise negli abbeveratoi. La suggestione ottica induceva le capre e le pecore a concepire e partorire capi scuri, striati e punteggiati. Fece anche in modo che tutti i capi più forti e più sani del gregge di Labano si abbeverassero vicino ai rami scortecciati, assicurando così una superiorità genetica alla sua parte di gregge. Le sue greggi crescevano numerose e forti ed egli diventò più ricco del suo parente, suscitandone l'invidia. Fu chiaro che Labano non lo avrebbe rispettato ancora molto a lungo. Dietro suggerimento del Signore, Giacobbe decise così di tornare in Canaan. Cercando di evitare ogni possibile disputa, partì con la sua famiglia mentre Labano era assente per la tosatura delle pecore. Ma quando, tre giorni dopo, suo zio tornò a casa, si infuriò, sentendosi offeso perché Giacobbe era partito di nascosto e non gli aveva consentito di salutare le figlie e i nipoti. Per giunta, i suoi terafim, le statuette, o idoli, che raffiguravano le divinità familiari, erano scomparsi. Dopo 7 giorni di inseguimento, Labano e i suoi raggiunsero il gruppo di Giacobbe sul monte Galaad, nella regione montuosa a occidente del fiume Eufrate, dove zio e nipote ebbero un colloquio tempestoso. L'uomo più giovane era indignato nel sentirsi accusato di furto degli idoli e disse a Labano di frugare a volontà nelle tende della sua famiglia. Nessuno dei due infatti poteva sapere o anche immaginare che era stata Rachele a prendere gli idoli e che li avesse nascosti nella sella del cammello. Durante la perquisizione, ella si sedette decisa sulla sella, scusandosi di non potersi alzare, «perché ho quello che avviene di regola alle donne» (Gen 31,35). Così la refurtiva non fu scoperta.

L’autore dell’opera oggetto di questo studio si ispirò per la composizione alla stampa di un’incisione di Stefano Della Bella (1610/ 1664) del 1647 circa. L’incisione di Stefano della Bella riporta il titolo "Iacob sur ses vieux jours quitte sans fascherie pour voir son filz Ioseph, sa terre et sa patrie" ed è firmata in basso a sinistra “Stef. della Bella In. et fe.”, mentre a destra è dichiarato “Cum privil. Regis”, ovvero con licenza del re. Stefano Della Bella (Firenze, 18 maggio 1610 – Firenze, 12 luglio 1664) nasce in una famiglia di pittori, scultori ed orafi e rimasto precocemente orfano del padre scultore, si dedica dapprima all'arte orafa alla scuola di Giovanni Benedetto Castiglione e di Gasparo Mola, indirizzando poi la sua attenzione al disegno e all'incisione. Presto inizia a disegnare figure e a copiare le acqueforti di Jacques Callot, che ispirano le sue opere giovanili. Sotto la protezione dei Medici, in particolare di Don Lorenzo, figlio cadetto del granduca Ferdinando I, Della Bella ha l'opportunità di compiere viaggi di studio a Roma, dove soggiorna dal 1633 al '36; a Roma incontra incisori francesi ed editori di stampe come Israël Henriet e François Langlois, che influiscono non poco sulla sua decisione di trasferirsi a Parigi nel 1639, quattro anni dopo la morte del Callot. A Parigi raggiunge ben presto, grazie alle incisioni commissionate dal cardinale Richelieu, il successo anche mondano; frequenta cortigiani, artisti di teatro e letterati, pur rifiutando onori troppo oppressivi. Nel 1646-47 continuano i suoi viaggi, in Olanda, ad Amsterdam, Anversa e Dordrecht. Rientrato a Firenze nel 1650, riprende ad operare sotto la protezione della corte dei Medici, lavorando per i suoi mecenati. Nel 1656 diviene membro dell'Accademia degli Apatisti.

Il dipinto oggetto di questo studio è ragionevolmente attribuibile a Pier Francesco Cittadini, o Pierfrancesco Cittadini, detto il Milanese o il Franceschino (Milano, 1616 – Bologna, 1681) come alcuni esemplificativi confronti stilistici proposti a seguire possono dimostrare.Pier Francesco Cittadini è stato un pittore italiano barocco, prevalentemente attivo a Bologna.La sua formazione artistica si svolge dapprima con il pittore Daniele Crespi; successivamente nel 1634 circa si trasferisce a Bologna, dove segue gli insegnamenti di Guido Reni. Si trasferisce poi a    Roma, dove ottiene commissioni anche da parte di Luigi XIV, grazie soprattutto al successo riscosso con le nature morte ed i paesaggi.

Nel 1650, ritorna a Bologna, dove il 19 giugno 1653 sposa Giulia Ballarini, dalla quale ha numerosi figli e di cui almeno tre, Carlo Antonio, Angelo Michele, Giovanni Battista, seguiranno le orme del padre. Le sue opere sono conservate in importanti musei e collezioni quali villa Estense di Sassuolo, Bologna, coll. Giovannini, Galleria Estense di Modena, Pinacoteca civica di Bologna, Galleria nazionale d'arte antica di Trieste, Pinacoteca civica di Forlì.

Il dipinto in oggetto, di alta qualità pittorica, appartiene senz’altro al corpus di opere importanti dell’artista, nella quale ritroviamo raffigurata la figura femminile con il turbante che più volte il pittore ama inserire nelle sue tele.

Osservando l’impostazione della tela in oggetto e la descrizione del paesaggio, dei rilievi rocciosi e dei giochi dei più livelli prospettici è possibile proporre alcune simili impaginazioni, nelle quali inoltre vi si ritrovano soggetti che si prestano inoltre ad una affine descrizione, come carovane di viandanti e armenti o il “Ritorno dall’Egitto” del Museo Puskin.

Interessante inoltre un disegno a china di Cittadini, conservato alla Royal Collection Trust, in cui uno studio per un paesaggio pare molto vicino a quello poi raffigurato nella tela, con alberi che fungono da quinte alla scena, grandi rilievi rocciosi disposti in modo molto affine alla versione definitiva. Si comprende come per il Cittadini vi sia un autentico sentimento del paesaggio, sentito come protagonista non secondario rispetto alle figure.

In conclusione l’opera, in buono stato di conservazione, è attribuibile a Pier Francesco Cittadini e databile a seguito dell’incisione di Stefano della Bella del 1647, probabilmente realizzata dopo al ritorno a Bologna dell’artista (1650). La tela si aggiunge pertanto al corpus di opere di un pittore rappresentativo nello sviluppo della pittura barocca, soprattutto quella bolognese.

Carlotta Venegoni

 

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